Uno schiaffo agli schiaffi

uno schiaffo agli schiaffi

Le maestre sono avvertite: gli scappelloti sono assolutamente vietati. Lo dice la legge e lo conferma la Suprema Corte. E chi schiaffeggia l’alunno rischia grosso. Non solo la condanna al carcere e al risarcimento del danno. L’insegnante che utilizza le mani va incontro a sanzioni che possono arrivare al licenziamento oltre allo – lasciatecelo dire – al pubblico sputtanamento!

Ecco cosa scrivono i giudici in un caso recente. Nel rapporto tra insegnante e bambini “assume predominante rilievo il profilo educativo”, con il bimbo “non destinatario passivo di una semplice azione correttiva, ma titolare di diritti, a cominciare da quello alla propria dignità”. Questo “preclude in partenza ogni strumento che faccia leva sulla violenza pur orientata a scopi educativi”.

La Cassazione, confermando la condanna inflitta ad una maestra per il reato di “abuso dei mezzi di correzione”, aggiunge: il “perseguimento di una finalità correttiva o educativa è del tutto irrilevante, giacché, proprio a fronte della peculiare qualità del destinatario del comportamento, deve considerarsi preclusa qualunque condotta che assuma in concreto il significato dell’umiliazione, della denigrazione, della violenza psicologica, oltre che della violenza fisica”.

Osservano i giudici, reputando “erronea” la prospettiva, che la difesa dell’insegnante aveva sottolineato nel ricorso, “circa la possibilità di far fronte anche a uno scappellotto in situazioni particolari, che necessitino di un’azione volta a rafforzare la proibizione”.

La maestra – condannata dalla Corte d’appello di Catanzaro a due mesi di reclusione e al risarcimento del danno in favore delle parti offese – era accusata di aver sottoposto in alcuni casi i bambini a “violenze fisiche, consistite in schiaffi o sberle o nel tirare loro i capelli”, o a “violenze psicologiche o ancora a condotte umilianti, come il minacciarli dell’arrivo del diavoletto, nel costringerli a mangiare o a cantare, nel farli stare con la lingua fuori”.

Tutto ciò, evidenzia la Suprema Corte, “deve considerarsi un abuso a prescindere dalla metodologia utilizzata e dalle finalita’ perseguite, dovendosi ritenere che un siffatto comportamento ecceda ampiamente il limite dell’educazione rispettosa della dignità del bambino e trasmodi invece in comportamenti afflittivi dell’altrui personalita’”.

Per questo, il reato di abuso dei mezzi di correzione “puo’ ritenersi integrato – si sottolinea nella sentenza – da un unico atto espressivo dell’abuso, ovvero da una serie di comportamenti lesivi dell’incolumità fisica e della serenità psichica del minore”.

In ogni caso, “anche al fine di legittimare una condotta incentrata al piu’ sull’uso di
atti di minima violenza fisica o morale, occorrerebbe la concreta allegazione della situazione che l’abbia giustificata”, non potendosi fare “generico riferimento al numero dei bambini affidati e presupporre che si trattasse di bimbi scalmanati, tali da imporre sistemi rigorosi”.

Nel caso di specie, “è stato posto in luce come i bimbi nei cui confronti erano state tenute le condotte segnalate avessero manifestato reazioni anomale”, come  – per esempio – nel non voler andare a scuola, rifiutarsi di mangiare, insonnia e pipì a letto

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